Si spezza il cuore!

Questi che viviamo, sono giorni in cui il cuore sembra spezzarsi.
Si spezza il cuore a vedere camion dell’esercito che trasportano lontano bare diventate anonime, storie di uomini e donne che riempivano una terra laboriosa e serena.
Si spezza il cuore a pensare a malati che devono restare soli e che anche al momento della morte non potranno avere una mano che li accarezzi e un bacio che li congedi.
Si spezza il cuore a vedere la generosità e la fatica di uomini e donne che si dedicano alla salute degli altri e che si sentono impotenti e fragili di fronte a una malattia misteriosa.
Si spezza il cuore a celebrare la Messa in solitudine e vedere le nostre chiese deserte, segno di un popolo intero che si trova nel deserto.
Un cuore che si frantuma
Si spezza il cuore. E forse questa espressione dice molto di più di quanto all’apparenza sembri indicare. Forse questo è proprio il tempo in cui il cuore deve spezzarsi.
Letteralmente il cuore si frantuma, come i Padri indicavano: “syntribe tes kardias”, la frantumazione del cuore. Noi poi abbiamo imparato a parlare di cuore contrito o pentito, alludendo a una esperienza interiore, un po’ astratta. Invece il cuore dell’uomo nella prova, nella tentazione, nel deserto si spezza davvero, si frantuma, si sbriciola, con una esperienza che è al tempo stesso interiore e fisica, come forse sperimentiamo in questi giorni.
Questo peso alla bocca dello stomaco, queste lacrime che inteneriscono gli occhi, questa paura che si diffonde come una indefinita angoscia possono essere i segnali di un cuore che si sta frantumando sotto l’urto della umiliazione.
L’esperienza della umiliazione
In questi giorni, infatti, noi tutti tocchiamo con mano una umiliazione che pensavamo fosse lontana da noi.
Uomini benestanti, società sviluppate, economie attive, progressi scientifici e prodigi tecnologici affascinanti si scontrano con l’impotenza quasi totale. E la cosa più efficace che possiamo fare è quella di restare isolati, chiusi in casa e fermare le nostre infinite attività. Leggevamo nelle Scritture le parole antiche: “rinchiude ogni uomo in casa sotto sigillo” (Gb 37,7), e pensavamo fossero descrizione di tempi lontani e primitivi, senza progresso, in balia delle forze della natura!
Ci sentiamo umiliati nella nostra intelligenza, nella nostra potenza tecnologica, nella nostra
sicurezza di un tenore di vita che pareva indiscutibile e rassicurante.
Anche noi cristiani ci sentiamo umiliati: siamo una Chiesa forte, organizzata, molto attiva e presente nella nostra società e ad un tratto abbiamo dovuto fermare tutto. Le nostre agende piene di iniziative buone, utili, necessarie si sono rivelate marginali e secondarie rispetto alla nostra missione, rispetto alla corsa del Vangelo che, pure, non si ferma. Perfino i nostri riti si sono dovuti piegare! “Anche il profeta e il sacerdote non sanno che cosa fare, non comprendono” (cf Ger 14,18) e la grazia di tanti nostri strumenti tecnologici che ci permettono di comunicare e di “vederci” e “sentirci” non riescono sostituire quel linguaggio minimo e primordiale dell’incontro, dello sguardo diretto o di una stretta di mano.
La nostra mente e il nostro cuore rimangono umiliati. Le domande si susseguono e ci confondono.
Le domande dei credenti su Dio, sulla sua volontà di salvezza, sul suo misterioso legame col dolore; le domande dei non credenti sugli eventi, sulle scelte, sulle cause; le domande di ogni uomo, di ogni donna, che non sa comprendere il senso di questa ora e la strada che si può percorrere. Le domande sono così affollate nella nostra mente che molti finiscono per volerle fuggire e fingere che tutto sia come sempre.
È l’umiliazione che confonde il cuore, che ci porta alla confusione. L’antica descrizione di Isacco di Ninive forse parla anche di noi in questi giorni : “Ti vedrai come un bambino che non sa dove sbattere la testa. Tutto il tuo sapere sarà mutato in confusione, come quello di un bambino piccolo. E il tuo spirito che sembrava così saldamente radicato in Dio, la tua conoscenza così precisa, il tuo pensiero così equilibrato, saranno immersi in un oceano di dubbi” (Isacco di Ninive, Prima Collezione, 58).
Il cuore nella umiliazione.
In questa umiliazione il cuore può resistere o può lasciarsi frantumare.
Il cuore può resistere e rifiutare l’umiliazione: accampare scuse, trovare un colpevole, maledire le decisioni delle autorità, sfidare la realtà con un senso di titanica superiorità. Il cuore può resistere con raffinate operazioni “spirituali”, che rivendicano il coraggio della fede e il merito di una resistenza al male, e che in realtà si rivelano solo strategie dell’uomo vecchio, l’uomo di carne, che si presenta a Dio stesso accampanando il merito della forza e delle opere che vorrebbero salvare.
Viceversa, nella umiliazione, il cuore può lasciarsi spezzare, sotto l’urto di onde che hanno il potere di frantumarlo.
Il cuore che ascolta, che patisce, che persevera; il cuore che non rifugge dalla notte e che lascia risonare il grido; il cuore che accetta l’umiliazione della povertà, della fragilità, della propria innocenza perduta…questo cuore si trova come smarrito e le sue sicurezze intellettuali, le sue orgogliose fedeltà, la sua efficiente laboriosità paiono ridursi a frammenti, dolorosamente dispersi.
Ma questa esperienza non si rivela esperienza di morte ma piuttosto di nascita.
Il cuore frantumato è il cuore di pietra che va in pezzi e rivela il cuore di carne che veniva
imprigionato e dimenticato. Ogni scheggia di questo cuore vecchio che si spezza apre una feritoia di luce e di respiro al cuore di carne, che rischiava di rimanere nascosto per sempre.
Il cuore di pietra è duro, è vecchio, come denuncia spesso Gesù parlando di una sclerocardia che si oppone all’opera e alla volontà di Dio (cf. Mc 3,5; 10,5; 16,14). Il cuore di pietra è insensibile e chiuso, incapace di compassione e di obbedienza.
Il cuore di pietra però è diventato un oggetto, una cosa morta, un idolo.
E così l’uomo vecchio, l’uomo in cui abita il cuore di pietra, si trova ad adorare questo cuore che vede e che tocca e che gli da sicurezza; il proprio stesso cuore, la propria forza, il proprio orgoglio, diventano per l’uomo il centro a cui vanno adorazione e sacrifici.
Eppure, come tutti gli idoli, anche il cuore di pietra “non parla, non vede, non ode, non cammina…” (cf Sal 115): la vita gli sfugge. Essere abbandonati al proprio cuore indurito è per l’antico salmista una sventura, è il vero segno dello sdegno di Dio: “Il mio popolo non ha ascoltato la mia voce: l’ho abbandonato alla durezza del suo cuore. Seguano pure i loro progetti!” (Sal 81).
Un cuore di carne.
Solo quando questo cuore verrà spezzato l’uomo e la donna che vivono questa frantumazione (dolorosa!) scopriranno che in loro vive già un cuore di carne, il cuore dell’uomo nuovo, dell’uomo rinato in Cristo e fatto nuovo dalla sua vita Pasquale. Questo uomo nuovo non si trova più forte delle sue idee, delle sue opere, delle sue efficienze, ma si trova forte e vivo perché lo Spirito di Dio abita in lui e gli rivela la potenza misericordiosa del Signore.
Il cuore di carne è capace di palpitare della stessa compassione di Dio, per cui sarà sempre un cuore ferito e non impassibile.
Il cuore di carne conosce la potenza del peccato, e ancor più conosce l’infinita potenza della Grazia di Cristo, per cui sarà sempre un cuore misericordioso.
Il cuore di carne sperimenta la sua fragilità abitata dallo Spirito vivente di Dio, per cui sarà sempre un cuore umile e semplice, fiducioso in Dio.
Il cuore di carne respira e si sente riempito da un soffio di vita che è lo Spirito che prega, geme, intercede, per cui sarà sempre un cuore che prega incessantemente e sommessamente.
Quando il cuore di pietra, sclerotizzato e duro, si spezza sotto l’urto della umiliazione scopriamo che in noi è presente un tesoro, ed è la vita stessa dei figli di Dio che lo Spirito santo genera continuamente in noi.
Essere figli, amati, desiderati, perdonati e fatti nuovi continuamente: è il tesoro nascosto in noi che rischia di rimanere soffocato dall’uomo vecchio, arrogante e superbo: “Sono ricco, mi sono arricchito, non ho bisogno di nulla! Ma non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero, cieco e nudo” (Ap 3,17).

Restare nel deserto.
Il luogo dove avviene la frantumazione del cuore è sempre un deserto. Il deserto, “luogo
spaventoso, abitato da serpenti e scorpioni” (Dt 8,15) “landa di ululati solitari” (Dt 32,10), è anche il luogo dove si nasce, a una vita nuova.
Il popolo di Israele nei lunghi anni del deserto è nato come popolo, non in senso sociologico o politico, ma nel senso che è nato come interlocutore dell’Alleanza di Dio, sfamato e dissetato da lui, vivificato dalle sue parole, sostenuto dalla sua tenerezza. E ha imparato la fiducia. “Ricòrdati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore, se tu avresti osservato o no i suoi comandi”(Dt 8,2). L’umiliazione del deserto svela il cuore e lo prepara a diventare nuovo e vivente.
Dal cuore duro e resistente del popolo, cuore pronto alla mormorazione, alla paura, alla nostalgia, Dio sa trarre – anche dolorosamente – un cuore filiale che si abbandona a Dio con fiducia e permette a Dio di sfamare, dissetare, condurre a un terra di vita e di prosperità, ricevuta come puro dono.
“Spaccò una rupe e ne sgorgarono acque: scorrevano come fiumi nel deserto” (Sal 105).
Quello che Dio ha compiuto nel deserto dell’esodo è l’opera che continuamente Dio è capace di fare, spaccando la roccia del nostro cuore impietrito e facendovi sgorgare come fiumi di acqua viva che abitano dentro di noi in quel cuore dove c’è già lo Spirito santo (il Vivificante); questi fiumi fecondano e dissetano in maniera insospettata e sorprendente.
Restare nel deserto e lasciare che Dio frantumi la pietra è l’opera che ci viene chiesta.
Il Signore è vicino a chi ha il cuore spezzato (Sal 34)
In questo tempo camminiamo nel deserto; il deserto delle nostre città desolate, della nostre chiese vuote di popolo, delle persone tenute lontane le une dalle altre; il deserto dei cuori spaventati e dei corpi sofferenti; il deserto del futuro incerto e delle sicurezze vacillanti.
In questo deserto ci si spezza il cuore.
E questo cuore, che sembra rompersi aprendo ferite che non sappiamo come rimarginare, in realtà potrà spezzarsi fino a rivelare il cuore di carne. Un cuore di figlio.
Forse è la grazia che il Signore sta operando in noi, misteriosamente, anche in questo tempo di prova e umiliazione.
“Dov’è Dio? Cosa fa Dio?” ci si chiede. Possiamo dire, forse, che Dio – anche in questa prova –
continua a lavorare per compiere il miracolo di far sgorgare acqua dalla pietra, far nascere figli da un popolo ribelle.
Forse la grazia che il Signore sta silenziosamente operando è quella di renderci uomini e donne dal cuore spezzato, cioè umile, compassionevole, capace di distinguere ciò che conta da ciò che è vano; uomini e donne finalmente liberi dall’arroganza e dalla pretesa, non più sedotti dalla frenesia e dall’egoismo.
Forse il Signore lavora appassionatamente per renderci una Chiesa dal cuore spezzato, cioè una Chiesa fiduciosa in Lui più che nelle proprie risorse; un Chiesa unita e amorevole, che mostra al mondo un amore fraterno, un perdono sincero e una comunione paziente; una Chiesa che vive nell’adorazione del mistero di Dio e non delle proprie idee e dei propri progetti.
Lo sguardo al Trafitto.
Nei giorni della Pasqua, di questa Pasqua di deserto e di silenzio, noi torneremo a guardare il Signore Gesù Crocifisso.
Guarderemo a “Colui che è stato trafitto” (cf Zc 12,10; Is 53,5) e che sulla croce ha pregato con le parole dell’antico salmo che grida: “Il mio cuore è come cera che si scioglie in mezzo alle viscere” (Sal 22). E a Gesù, sulla croce, proprio il cuore è stato spezzato. Non le ossa, ma solo il cuore.
E da questo cuore è uscito un fiume di vita, che è già dentro di noi.
Guarderemo a Colui che è stato trafitto, e chiederemo la grazia di comprendere che si rinasce solo in modo pasquale, attraversando il deserto, patendo le umiliazioni, entrando nel mistero della morte. E solo lì, quando il cuore sarà veramente aperto, sgorgherà la vita.

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