La sfida di un nuovo umanesimo cristiano: una questione di stile di Don Luca Fumagalli

Come avete visto anche sui nostri media, da tre anni l’arcivescovo Mario è il nostro pastore.
Tempo fa ho pensato che sarebbe stato opportuno raccogliere in sintesi alcune linee del suo insegnamento, mettendole in rapporto con le parole del Papa e con la riflessione teologica. Mi sono fatto così aiutare ed è nato questo testo. 
In particolare viene sottolineato lo STILE che la comunità dei credente deve avere oggi, in obbedienza al Vangelo di Gesù, dando così spessore  e sostanza alla cifra di “umanità” che, altrimenti, rimane uno slogan un po’ superficiale. 
Don Luca

<<Non più tardi di sette mesi fa (ma sembra un’altra era) risuonava tra le mura della basilica di S. Ambrogio l’augurio appassionato dell’Arcivescovo Mario “Benvenuto futuro!”. Un invito a credenti e non credenti a guardare al futuro con benevolenza, con pro-positività, uno slancio in avanti che, alla luce di quanto accaduto solo poche settimane più tardi, potrebbe apparire stonato riprendere. O forse no. Si può ancora dire, ha ancora senso dire “benvenuto futuro”?

In una recente pubblicazione il filosofo Silvano Petrosino ha sottolineato l’importanza di distinguere il “futuro” – ciò che, a partire dai dati del presente, si può prevedere o pro-gettare – dall’”avvenire”, vale a dire ciò che capita,  senza che sia stato previsto, e che – come dice il titolo – può rappresentare uno “scandalo” in senso letterale, perché fa inciampare, rischiando di far deragliare dai binari pre-determinati su cui correva il treno della nostra vita e delle nostre sicurezze.

“L’uomo ha sempre cercato di ricondurre l’eccedenza dell’avvenire all’interno dei confini del futuro, ha sempre cercato di immaginare l’inimmaginabile al fine di progettare il proprio futuro e tentare così di “metterlo in sicurezza”, ma nella nostra società questa tendenza è diventata tecnologicamente così potente da arrivare a pensare che forse l’identificazione tra avvenire e futuro possa essere concretamente realizzata”[1]

Invece, ammonisce il filosofo, occorre “intendere l’avvenire come l’altro dal futuro, e l’altro è precisamente ciò che non s’inventa, non si immagine, non si prevede[2]”… Non è affatto una questione di terminologia che qui si vuole sollevare: è evidente che utilizzando la parola “futuro” l’Arcivescovo si riferiva genericamente a tutto ciò che accadrà “domani” (progettualità da avviare, problemi da affrontare, eventi…). L’attenzione va piuttosto focalizzata sul termine ALTRO. L’altro: ciò che o colui che è diverso da noi, non risponde necessariamente alle nostre categorie o aspettative. L’avvenire è l’altro che ad-venit, ci viene incontro, che incrocia il nostro cammino e con il quale siamo chiamati ogni volta a confrontarci.

Diversi bassorilievi greci di epoca classica e ellenistica ci hanno tramandato la raffigurazione di “Kairòs”, un giovinetto alato con un lungo ciuffo di capelli sulla fronte, ma totalmente pelato sulla nuca. Simbolo appunto di quell’occasione che si offre nell’incontro, nel faccia a faccia e che, una volta passata, non può più essere afferrata. Vivere questo “tempo” pienamente dipende allora dalla nostra disponibilità a rallentare il passo, a fermarci se necessario, mettendo da parte i nostri piani e i nostri progetti per fare spazio al dialogo con questo “altro” inatteso, che sconvolge la nostra “normalità”. Dipende dalla nostra capacità di non essere autoreferenziali, di de-centrarci.  Dipende dalla nostra OSPITALITÀ, nell’accezione che dà di questo termine il teologo tedesco Christoph Theobald nel descrivere una delle caratteristiche dello “stile” di Gesù, del suo “modo di abitare il mondo” e di proporsi – non di imporsi – ad esso.

I Vangeli sono la narrazione non solo del percorso “lineare” di Gesù verso il compimento della sua missione, ma anche il resoconto degli incontri che hanno punteggiato questo cammino (questo “pellegrinaggio”, potremmo dire con un’immagine cara al vescovo Mario e che meglio rende l’idea di un camminare che non si vuole autosufficiente ma che mette in conto, anzi presuppone, il chiedere continuamente accoglienza).

Tra coloro che gli si accostano, c’è chi sa cogliere l’occasione di dare una svolta alla propria vita e chi no. Ma quello che è interessante è soprattutto osservare il modo con cui Gesù stesso vive queste situazioni:

  • si lascia interrogare (potremmo dire che è sensibile al “forte grido” della povertà, materiale e spirituale, dell’ingiustizia…) e stupire (come nell’episodio del centurione di Cafarnao, che gli strappa un’esclamazione di ammirazione e anche di gioia nel “trovare la fede dove non ce la si sarebbe aspettata”[3])
  • è disponibile a farsi da parte, a lasciare parola, come nell’incontro con l’emorroissa. Scrive a questo proposito sempre C. Theobald nel saggio “L’Europa terra di missione”: “Gesù non rivendica di essere all’origine dell’atto di fede della donna (la tua fede ti ha salvata) … la fede della donna parte dalla storia della sua vita ed è legata ad una “presa di parola” […] In questo modo egli crea uno spazio di libertà attorno a sé, comunicando al contempo, con la sua semplice presenza, una prossimità positiva per chiunque lo incontri. Questo nuovo spazio di vita permette loro di scoprire la propria singolarità, di accedervi a partire da ciò che già li abita nel profondo e che si esprime, viene improvvisamente alla luce nel momento dell’incontro con l’uomo di Nazareth, in un atto di fede: essi non fanno semplicemente un atto di “fiducia” in Gesù, ma, in questa radicale apertura, considerano la loro stessa vita e quella degli altri come “degna di fede”. Una volta che ciò è accaduto, spesso in un istante, essi possono riprendere la loro strada, dal momento che l’essenziale delle loro vita si è giocato[4].
  • dà fiducia al suo interlocutore, in maniera del tutto gratuita: accetta di essere vulnerabile davanti a lui, di subire il suo eventuale rifiuto (o peggio). “Acconsentendo a consegnare qualcosa di sé stesso, a forse a consegnarsi, egli può suscitare la fiducia, dell’altro, aiutarlo a lasciar cadere la sua corazza, a consegnarsi a sua volta[5] . E la fiducia è il terreno su cui può germogliare la fede.

Uno stile di ospitalità chiesta e offerta, consegnato innanzitutto ai 72 discepoli, quindi fatto proprio dalle prime comunità cristiane, aperte a chi si convertiva e al contempo alla ricerca di un “posto”, non scontato, nella società di allora.  E se è vero che lo “stile” non è solo ciò che rende “riconoscibili” (in quanto trasmette immediatamente l’essenza, l’identità di una persona, di un’istituzione o di una cultura) ma anche “credibili” (nella misura in cui è autenticità, coerenza con sé stessi), allora questo approccio “ospitale” può essere valido anche per la Chiesa di oggi, faticosamente alla ricerca del modo più adatto per “dire” l’essenziale di sé stessa – il kerygma – agli interlocutori del proprio tempo, in un contesto che per tanti versi è tornato ad essere quello delle prime comunità cristiane, all’interno di una società da cui il cristianesimo per tanti versi è “esculturato”[6] o è semplicemente “una tra le voci”.

Abitare da cristiani il nuovo mondo che avanza…nello stile dell’incontro e della relazione. Entrare in relazione con le persone e la loro storia rappresenta una fonte privilegiata di conversione del cuore – sia a livello individuale che ecclesiale – dentro la quale opera lo Spirito. Questa via chiede che alla base ci sia un reciproco desiderio di farsi conoscere: narrandosi vicendevolmente, superando paure, ritrosie, ansie[7].

Il percorso “Chiesa dalle Genti” – dal cui documento di presentazione delle Costituzioni Sinodali sono tratte queste parole – è stata declinazione emblematica di questo approccio “ospitale”:

  • nel metodo: un cammino condiviso aperto all’accoglienza ed alla valorizzazione delle indicazioni di tutti
  • nell’obiettivo: quello non solo di dare accoglienza alle diverse tradizioni presenti sul territorio della Diocesi, ma di far sì che ciascuno si possa sentire veramente “a casa” nella Chiesa ambrosiana, non solo perché gli è stato fatto “spazio”, ma perché lui stesso ha dato il proprio contributo per edificarla (unità nella valorizzazione delle differenze, pluriformità nell’unità)[8]
  • nelle “conclusioni”: con l’individuazione dei quattro “tratti” irrinunciabili affinché la vita della chiesa sul nostro territorio sia presenza significativa e attraente, “a proprio agio nella storia”, immersa nella quotidianità delle persone e dunque in grado di portare quella parola unificante di cui una società sempre più disgregata ha un enorme bisogno: la vita quotidiana è caratterizzata dalla parcellizzazione, gli elementi strutturali sono diventati provvisori, i ritmi sono tali per cui il quotidiano banale richiede così tante energie che il senso globale della nostra vita passa in secondo piano. Ecco perché occorre tornare all’essenziale[9].

La dimensione del quotidiano come luogo di una prossimità possibile, attraverso gesti concreti e semplici di gratuità, di accoglienza, di cura è quella privilegiata anche dai tre “discorsi alla città” caratterizzati dall’immagine del “buon vicinato” che parte da una parola buona, positiva, di “elogio” e che si apre ad una proposta di incontro e di collaborazione, nel rispetto degli ambiti d’azione di ciascun interlocutore: “L’elogio formulato con rispetto e discrezione esprime anche l’intenzione, che voglio formulare a nome della comunità cristiana e della Chiesa ambrosiana, di proporre un’alleanza, di convocare tutti per mettere mano all’impresa di edificare in tutta la nostra terra quel buon vicinato che rassicura, che rasserena, che rende desiderabile la convivenza dei molti e dei diversi, per cultura, ceto sociale e religione[10]. Una “profonda simpatia per questo tempo”, che impegna non solo ad “abitare”, a stare “dentro” ogni situazione ma ad imparare a trasformarla in occasione.

Il che ci riporta alla questione iniziale, di sapere se davvero sia possibile, se davvero sia “opportuno” guardare con simpatia, dare il “benvenuto” a qualsiasi tipo di “futuro”. “Vi sono innumerevoli eventi che si producono all’improvviso e che, ora in modo felice, ora in modo nefasto, modificano l’itinerario della nostra strada che noi credevamo così ben determinata. È in queste diverse situazioni di crisi, in questi momenti, chiamati talvolta disclosure situations (situazioni di apertura) che si apre come una finestra sulla totalità unica dell’esistenza, al tempo stesso data e assente nei suoi contorni ultimi: il soggetto è “chiamato” a ridare senso alla propria vita, a riattivare la “fiducia” e a posizionarsi di fronte alla bontà originaria della vita e alla promessa che essa include”[11]. In questi momenti che mettono a nudo l’unicità dei nostri fragili itinerari individuali[12] (ma anche collettivi), ecco che il cristiano, ecco che la Chiesa può, e deve, rendere presente la speranza che nasce dalla promessa, dalla buona notizia del Vangelo. In modo tangibile, incarnato (perché non si può separare il Vangelo da coloro che lo annunciano) e coerente. Con lo “stile”, dunque, di un nuovo Umanesimo che non ha niente di teorico ma che riscopre nel volto di Gesù i tratti del volto autentico dell’uomo. “È la contemplazione del volto di Gesù morto e risorto che ricompone la nostra umanità, anche di quella frammentata per le fatiche della vita, o segnata dal peccato. Gesù è il nostro umanesimo. […] l’umanesimo cristiano è quello dei «sentimenti di Cristo Gesù» (Fil 2,5).”[13]: è uno stile intessuto di umiltà (de-centramento o ospitalità potremmo dire richiamando quanto detto sopra), disinteresse (la gratuità sopra ricordata), beatitudine

Questo nostro tempo richiede di vivere i problemi come sfide e non come ostacoli ricordava Papa Francesco in quello stesso Discorso. Non come “scandali” o pietre d’inciampo ma come occasioni per rinnovare con creatività e libertà. In questo solco, allora “lo sguardo cristiano sul futuro non è una forma di ingenuità per essere incoraggianti per partito preso: piuttosto è l’interpretazione più profonda e realistica di quell’inguaribile desiderio di vivere che, incontrando la promessa di Gesù, diventa speranza. Non un’aspettativa di un progresso indefinito, come l’umanità si è illusa nei tempi passati; non una scoraggiata rassegnazione all’inevitabile declino, secondo la sensibilità contemporanea; non la pretesa orgogliosa di dominare e controllare ogni cosa, in una strategia di conquista che umilia i popoli. Piuttosto la speranza: quel credere alla promessa che impegna a trafficare i talenti e a esercitare le proprie responsabilità per portare a compimento la propria vocazione. Benvenuto futuro!”[14]

Don Luca Fumagalli >>

[1] S. Petrosino, Lo scandalo dell’imprevedibile, 2020

[2] ibidem

[3] “Il presupposto spirituale fondamentale della missione non è solamente la capacità collettiva di apprendere e di riformarsi, ma in primo luogo lo stupore: quello di Gesù nel vangelo di Luca, in occasione del suo incontro con il centurione di Cafarnao “nemmeno in Israele ho trovato una fede così grande” – C. Theobald, L’Europa: terra di missione. Vivere e pensare la fede in uno spazio di ospitalità messianica, 2019

[4] ibidem

[5] C. Theobald, Lo stile cristiano, riv. Il Regno, dic. 2019, p. 687

[6] L’ “esculturazione” del cristianesimo significa in questo caso la sparizione della base culturale che è stato creato dal cattolicesimo e ha retto la società fino a tempi molto recenti. Detto altrimenti, la situazione di diaspora si è accentuata nella misura in cui i cristiani si ritrovano, nel complesso della società europea, in situazione di “minoranza cognitiva” – C. Theobald, L’Europa: terra di missione. Vivere e pensare la fede in uno spazio di ospitalità messianica, 2019 e “Non si può negare che la nostra cultura contemporanea, formata da molteplici micro-culture, ha preso significativamente le distanze rispetto al cristianesimo e alla Chiesa. Constatando la sua esculturazione, i sociologi distinguono oggi vari tipi di rapporto con la tradizione cristiana, parlando ad esempio di un cristianesimo patromoniale o di un cristianesimo di folklore, accanto a un cristianesimo etico dei valori…” C. Theobald, Lo stile cristiano, riv. Il Regno, dic. 2019, p. 688

[7] Chiesa dalle genti, responsabilità e prospettive Le ragioni di un Sinodo, testo di presentazione, 2019

[8] “Le genti che formano la comunità cattolica che vive nelle nostre terre hanno un patrimonio di preghiere e di devozioni: la condivisione delle ricchezze di ciascuno e di ciascuna comunità può anche alimentare la confusione delle liturgie, ma, se ben pensata e ben gestita, contribuirà a tenere vivo lo stupore per una Chiesa viva, a proprio agio nella storia e nella cultura di ogni popolo”, M. Delpini, La situazione è occasione, 2019, pg. 48

[9] C. Theobald, L’Europa: terra di missione. Vivere e pensare la fede in uno spazio di ospitalità messianica, 2019

[10] M. Delpini, Per un’arte del buon vicinato, vigilia di S. Ambrogio 2017 – sulla stessa linea, Autorizzati a pensare nel 2018: “La comunità cristiana, nelle sue articolazioni territoriali e nella sua organizzazione centrale, desidera abitare la città per offrire il suo contributo e collaborare con le istituzioni presenti nel comprendere il territorio, nell’interpretare il tempo, nel promuovere quell’ecologia globale che rende abitabile la terra per questa e per le future generazioni”

[11] C. Theobald, Lo stile cristiano, riv. Il Regno, dic. 2019, p. 683

[12] ibidem

[13] Papa Francesco, Discorso per l’incontro con i rappresentanti del V convegno nazionale della chiesa italiana, Firenze, 10 novembre 2015

[14] M. Delpini, Benvenuto futuro, vigilia di S. Ambrogio, 2019

 

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