Il Padre nostro di Francesco

Le riflessioni del pontefice sulla preghiera. Esce per Rizzoli e Libreria Editrice Vaticana il testo nato dalle conversazioni del Papa con don Marco Pozza

 


Papa Francesco, «Quando pregate dite Padre nostro» (Rizzoli-LEV, pagine 144, euro 16)

Páter hemōn.
Simone Weil lo recitava ogni mattina nell’originale greco, «questa preghiera contiene tutte le domande possibili, non se ne può concepire una sola che non via sia racchiusa». Eppure, spiega Francesco, «ci vuole coraggio per pregare il Padre nostro». In un mondo «malato di orfanezza», le parole trasmesse da Gesù ai discepoli («Signore, insegnaci a pregare») mostrano un Dio che si fa dare del tu, e chiamare «papà». Il pontefice ne parla con don Marco Pozza, teologo e cappellano del carcere di Padova, un dialogo versetto per versetto che TV2000 ha cominciato a trasmettere ogni settimana ed ora esce per intero nel libro Quando pregate dite Padre nostro, con le riflessioni inedite di Francesco alternate a quelle di Angelus e udienze. Ci vuole coraggio, ripete il Papa. «Dico: mettetevi a dire “papà” e a credere veramente che Dio è il Padre che mi accompagna, mi perdona, mi dà il pane, è attento a tutto ciò che chiedo, mi veste ancora meglio dei fiori di campo. Credere è anche un grande rischio: e se non fosse vero?». Il Padre nostro dice l’essenziale, al piccolo Bergoglio lo insegnò la nonna. «A me dà sicurezza», racconta. «Ho un papà davanti al quale mi sento sempre un bambino. Un padre che ti accompagna, ti aspetta». Che stia «nei cieli» indica l’onnipotenza, non la distanza. Santificare il suo nome significa essere coerenti e il nome è misericordia. Un’anziana che si voleva confessare, ricorda il Papa, gli disse: «Se Dio non perdonasse tutto, il mondo non esisterebbe». Così «protagonista della storia è il mendicante», materiale e spirituale, «dire “venga il tuo regno” è mendicare». La sua volontà è che «nulla vada perduto». Il pane quotidiano, la remissione dei debiti. La durezza dei Dottori della legge sta nel sentirsi giusti, «potrai perdonare se hai avuto la grazia di sentirti perdonato». Di qui le riflessioni vertiginose sulla sorte di Giuda e il male. Non è mai Dio a tentarci, quell’«indurci» è «una traduzione non buona», dice Francesco, nell’ultima versione Cei si legge «non abbandonarci». Il senso è: «Quando Satana ci induce in tentazione, tu, per favore, dammi la mano, dammi la tua mano».


Papa Francesco, «Quando pregate dite Padre nostro» (Rizzoli-LEV, pagine 144, euro 16)

Nel racconto della passione di Gesù ci sono tre episodi che ci parlano della vergogna. Tre persone che si vergognano. La prima è Pietro. Pietro sente cantare il gallo e in quel momento prova qualcosa dentro di sé e vede Gesù che esce e lo guarda. La vergogna è tale che piange amaramente (cfr. Luca 22,54-62).

Il secondo caso è quello del buon ladrone: «Noi siamo qui» dice all’altro compagno di sventura «perché abbiamo fatto cose brutte e ingiuste, ma questo povero innocente non ha colpe…». Si sente colpevole, si vergogna, e così, sostiene sant’Agostino, con questa vergogna ha rubato il paradiso (cfr. Luca 23,39-43).

La terza, quella che mi commuove di più, è la vergogna di Giuda. Giuda è un personaggio difficile da capire, ci sono state tante interpretazioni della sua personalità. Alla fine, però, quando vede cosa ha fatto, va dai «giusti», dai sacerdoti: «Ho peccato, perché ho tradito sangue innocente». Quelli gli rispondono: «Che ci riguarda? Veditela tu» (cfr. Matteo 27,3-10). Così lui se ne va con la colpa che lo soffoca. Forse se avesse trovato la Madonna le cose sarebbero cambiate, ma il poveretto se ne va, non trova una via d’uscita e si impicca.

Ma c’è una cosa che mi fa pensare che la storia di Giuda non finisca lì… Magari qualcuno penserà: «Questo Papa è un eretico…». Invece no! Andate a vedere un capitello medievale nella basilica di Santa Maria Maddalena a Vézelay, in Borgogna. Gli uomini del Medioevo facevano la catechesi per mezzo delle sculture, delle immagini. In quel capitello, da una parte c’è Giuda impiccato, ma dall’altra c’è il Buon Pastore che se lo carica sulle spalle e lo porta via con sé. Sulle labbra del Buon Pastore c’è un accenno di sorriso non dico ironico, ma un po’ complice. Dietro la mia scrivania tengo la fotografia di questo capitello diviso in due sezioni perché mi fa meditare: ci sono tanti modi di vergognarsi; la disperazione è uno, ma dobbiamo cercare di aiutare i disperati affinché trovino la vera strada della vergogna, e non percorrano quella che finisce con Giuda.

Questi tre personaggi della passione di Gesù mi aiutano tanto. La vergogna è una grazia. Da noi in Argentina una persona che non sa comportarsi e fa del male è un «senza vergogna». (…)

Le seduzioni del male

Questo è il male. Il male non è qualcosa di impalpabile che si diffonde come la nebbia di Milano. È una persona, Satana, che è anche molto furba. Il Signore ci dice che quando viene scacciato se ne va, ma dopo un certo tempo, quando uno è distratto, magari dopo alcuni anni, torna peggiore di prima. Lui non entra con invadenza in casa. No, Satana è molto educato, bussa alla porta, suona, entra con le sue tipiche seduzioni e i suoi compagni. Alla fine è questo il senso del versetto: «non lasciarci cadere nel male». Bisogna essere furbi nel senso buono della parola, essere svelti, avere la capacità di discernere le bugie di Satana con il quale, ne sono convinto, non si può dialogare.

Come si comportava Gesù con Satana? O lo cacciava via o, come ha fatto nel deserto, si serviva della Parola di Dio. Nemmeno Gesù ha mai avviato un dialogo con Satana, perché se incominci a dialogare con lui sei perduto. È più intelligente di noi, e ti rovescia, ti fa girare la testa e alla fine sei perduto. No, «vattene, vattene!».

«Quando pregate dite Padre Nostro» (Rizzoli-LEV, pagine 144, euro 16)
Papa Francesco«Quando pregate dite Padre Nostro» (Rizzoli-LEV, pagine 144, euro 16)

Páter hemōn. Simone Weil lo recitava ogni mattina nell’originale greco, «questa preghiera contiene tutte le domande possibili, non se ne può concepire una sola che non via sia racchiusa». Eppure, spiega Francesco, «ci vuole coraggio per pregare il Padre nostro». In un mondo «malato di orfanezza», le parole trasmesse da Gesù ai discepoli («Signore, insegnaci a pregare») mostrano un Dio che si fa dare del tu, e chiamare «papà». Il pontefice ne parla con don Marco Pozza, teologo e cappellano del carcere di Padova, un dialogo versetto per versetto che TV2000 ha cominciato a trasmettere ogni settimana ed ora esce per intero nel libro Quando pregate dite Padre nostro, con le riflessioni inedite di Francesco alternate a quelle di Angelus e udienze. Ci vuole coraggio, ripete il Papa. «Dico: mettetevi a dire “papà” e a credere veramente che Dio è il Padre che mi accompagna, mi perdona, mi dà il pane, è attento a tutto ciò che chiedo, mi veste ancora meglio dei fiori di campo. Credere è anche un grande rischio: e se non fosse vero?». Il Padre nostro dice l’essenziale, al piccolo Bergoglio lo insegnò la nonna. «A me dà sicurezza», racconta. «Ho un papà davanti al quale mi sento sempre un bambino. Un padre che ti accompagna, ti aspetta». Che stia «nei cieli» indica l’onnipotenza, non la distanza. Santificare il suo nome significa essere coerenti e il nome è misericordia. Un’anziana che si voleva confessare, ricorda il Papa, gli disse: «Se Dio non perdonasse tutto, il mondo non esisterebbe». Così «protagonista della storia è il mendicante», materiale e spirituale, «dire “venga il tuo regno” è mendicare». La sua volontà è che «nulla vada perduto». Il pane quotidiano, la remissione dei debiti. La durezza dei Dottori della legge sta nel sentirsi giusti, «potrai perdonare se hai avuto la grazia di sentirti perdonato». Di qui le riflessioni vertiginose sulla sorte di Giuda e il male. Non è mai Dio a tentarci, quell’«indurci» è «una traduzione non buona», dice Francesco, nell’ultima versione Cei si legge «non abbandonarci». Il senso è: «Quando Satana ci induce in tentazione, tu, per favore, dammi la mano, dammi la tua mano».

FONTE: Il corriere

© 2017 LIBRERIA EDITRICE VATICANA,
CITTÀ DEL VATICANO
© 2017 RIZZOLI LIBRI S.P.A. / RIZZOLI, MILANO

 

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