Gruppi di ascolto della Parola

Settimo incontro

 GIOBBE

Giobbe :  versi sparsi presi in ordine dal testo   

  • PREGHERA

Parola e silenzio  

Facciamo silenzio
prima di ascoltare la Parola,
perché i nostri pensieri
sono già rivolti verso la Parola.

Facciamo silenzio
dopo l’ascolto della Parola,
perché questa ci parla ancora,
vive e dimora in noi.

Facciamo silenzio
la mattina presto,
perché Dio deve avere la prima Parola,
e facciamo silenzio
prima di coricarci,
perché l’ultima Parola
appartiene a Dio.

Facciamo silenzio
solo per amore della Parola.

                                                                                                              [Dietrich Bonhoeffer]

  • PREMESSA

La vicenda di Giobbe è davvero molto nota e per questo ho scelto solo alcune frasi invece di un lungo brano. Anche i commenti sono numerosi e, forse, ormai sentiti molte volte, ma vi assicuro che, se a rileggere il testo è un economista, Luigino Bruni, questo riesce a comunicarci molte riflessioni acute e nuove. Anche per questa premessa ho voluto scegliere le sue parole:

“C’era una volta un uomo giusto di nome Giobbe, con molti beni, figli e figlie, benedetto da Dio e dagli uomini. Un giorno una terribile sciagura si abbatté su di lui e sulla sua famiglia e quell’uomo accettò con pazienza il suo destino sventurato. Amici e parenti, saputa della sua disgrazia e conoscendo la sua giustizia vennero da lui per celebrare il lutto, consolarlo e aiutarlo. Alla fine però fu Dio stesso a intervenire in suo favore ridonandogli il doppio di quanto aveva perso, perché Giobbe si era dimostrato fedele nella prova. Questa era la primitiva leggenda di Giobbe nell’antico Medio Oriente e in Israele. L’autore del libro che noi conosciamo partì da questa antica storia, ne conservò i materiali, scrisse il prologo e l’epilogo. Quando però si mise a comporre il suo poema quell’antica leggenda diventò qualcosa di molto diverso. Nacquero i meravigliosi canti di Giobbe, i dialoghi con gli amici e, forse, le parole di Elihu e Dio. E ci si ritrovò con un’opera che conservava molto poco dell’originaria leggenda. Giobbe si era mostrato tutt’altro che paziente, aveva protestato e gridato contro Dio e la vita. Gli amici da consolatori divennero aguzzini e avocati di un Dio banale. E lo stesso Dio quando finalmente entra in scena, delude, non arriva per consolare Giobbe né per rispondere alle sue domande. Quell’antica leggenda divenne il contenitore di una vera rivoluzione teologica e antropologica”

 

  • ASCOLTO DELLA PAROLA

Dal Libro di Giobbe

Versetti sparsi presi in ordine dal testo. Le parole di Giobbe sono in corsivo

Dopo, Giobbe aprì la bocca e maledisse il suo giorno; prese a dire:

     Perisca il giorno in cui nacqui

     e la notte in cui si disse: “È stato concepito un uomo!”.

     Quel giorno sia tenebra,

     non lo ricerchi Dio dall’alto,

     né brilli mai su di esso la luce.

     Lo rivendichi tenebra e morte,

     gli si stenda sopra una nube

     e lo facciano spaventoso gli uragani del giorno!           

     poiché non mi ha chiuso il varco del grembo

     materno,

     e non ha nascosto l’affanno agli occhi miei!

     E perché non sono morto fin dal seno di mia madre

     e non spirai appena uscito dal grembo?

Allora prese a dire Bildad il Suchita:

     Fino a quando dirai queste cose

     e vento impetuoso saranno le parole della tua bocca?

     Può forse Dio deviare il diritto

     o l’Onnipotente sovvertire la giustizia?

     Se i tuoi figli hanno peccato contro di lui,

     li ha messi in balìa della loro iniquità.

Stanco io sono della mia vita!

     Darò libero sfogo al mio lamento,

     parlerò nell’amarezza del mio cuore.

     Dirò a Dio: Non condannarmi!

     Fammi sapere perché mi sei avversario.

     È forse bene per te opprimermi,

     disprezzare l’opera delle tue mani

     e favorire i progetti dei malvagi?

     Hai tu forse occhi di carne

     o anche tu vedi come l’uomo?

Quel che sapete voi, lo so anch’io;

     non sono da meno di voi.

     Ma io all’Onnipotente vorrei parlare,

     a Dio vorrei fare rimostranze.

Ma ecco, fin d’ora il mio testimone è nei cieli,

     il mio mallevadore è lassù;

     miei avvocati presso Dio sono i miei lamenti,

     mentre davanti a lui sparge lacrime il mio occhio,

     perché difenda l’uomo davanti a Dio,

     come un mortale fa con un suo amico;

Fino a quando mi tormenterete

     e mi opprimerete con le vostre parole?

Io lo so che il mio Vendicatore è vivo

     e che, ultimo, si ergerà sulla polvere!

Il Signore rispose a Giobbe di mezzo al turbine:

     Chi è costui che oscura il consiglio

     con parole insipienti?

     Cingiti i fianchi come un prode,

     io t’interrogherò e tu mi istruirai.

     Dov’eri tu quand’io ponevo le fondamenta della terra?

     Dillo, se hai tanta intelligenza!

     Chi ha fissato le sue dimensioni, se lo sai,

     o chi ha teso su di essa la misura?

     Dove sono fissate le sue basi

     o chi ha posto la sua pietra angolare,

     mentre gioivano in coro le stelle del mattino

     e plaudivano tutti i figli di Dio?

 

 Allora Giobbe rispose al Signore e disse:

     Comprendo che puoi tutto

     e che nessuna cosa è impossibile per te.

Chi è colui che, senza aver scienza,

     può oscurare il tuo consiglio?

     Ho esposto dunque senza discernimento

     cose troppo superiori a me, che io non comprendo.

    “Ascoltami e io parlerò,

     io t’interrogherò e tu istruiscimi”.

Io ti conoscevo per sentito dire,

     ma ora i miei occhi ti vedono.

     Perciò mi ricredo

     e ne provo pentimento sopra polvere e cenere.

 

  • TESTIMONIANZA

A Bologna incontriamo oggi Giobbe, il prete mendicante.

Padre Olinto Marelli è morto in odore di santità il 6 settembre 1969 a 87 anni e da poco si è conclusa la prima fase per del processo di beatificazione. Conosciutissimo a Bologna e sconosciuto al resto del mondo cattolico, le foto d’epoca lo ritraggono come un uomo dall’aspetto autorevole, lunga barba bianca, vestito in modo dimesso ma ordinato, seduto su uno sgabello, nei crocevia del centro storico, col cappello in mano per la questua quotidiana.  Povero tra i poveri, anzi mendicante, nonostante fosse un intellettuale raffinato, autorevole professore di filosofia nei migliori licei cittadini.

La sua storia davvero ha molti punti in comune con quella di Giobbe a partire dalle sue origini, una famiglia benestante di Pellestrina, isola dell’arcipelago veneziano: studia a Roma al seminario dell’Apollinare insieme a Giuseppe Roncalli futuro Papa. Un inizio promettente ma, come Giobbe che perse tutto e cadde in disgrazia presso gli amici, anche lui fu sospeso a divinis nel 1909, accusato di simpatizzare per le idee moderniste. Lascia la sua terra e comincia ad insegnare filosofia in diverse città italiane fino a che approda a Bologna al liceo classico Galvani. Finalmente il cardinale Nasalli Rocca gli toglie la sospensione e lo accoglie in diocesi. Fino al 1948 continuerà ad insegnare anche se la sua prima preoccupazione furono sempre i poveri delle periferie, gli esclusi, soprattutto ragazzi e bambini che accoglie in casa sua. La sua opera si intensifica durante e dopo la guerra. Nel 1948 fonda la città dei ragazzi, rilevata alla sua morte dalla Provincia dei Frati Minori dell’Emilia Romagna. Per sostenere le sue opere con grande umiltà e riconoscendo il valore della povertà, tutti i giorni si faceva mendicante. Riconosciuto e molto amato dai bolognesi la sua figura è impressa nella memoria di molti. Si racconta che un giorno di grande festa, il nuovo arcivescovo, monsignor Poma, si recasse a teatro, invitato per un evento. Proprio all’entrata padre Olinto era seduto in terra, col suo cappello in mano. L’arcivescovo, atteso da tutti i notabili e dalla gente che lo voleva salutare, riconosciutolo, si fermò subito accanto a lui e lo abbracciò parlandogli e riconoscendo davanti a tutti la sua dignità e paternità spirituale, a nome dell’intera diocesi. La sua opera continua anche oggi e ha ampliato gli ambiti sociali di aiuto ai bisognosi ma anche il suo posto non è rimasto vuoto: nel suo nome e nel suo ricordo padre Gabriele Digani, direttore dell’opera, continua a sedersi nell’angolo della strada a fare la questua. Ricorda a tutti noi che la povertà, la sofferenza, il bisogno rendono dignitosa anche la raccolta dell’elemosina. Questo Giobbe di oggi continua a interrogare noi, suoi amici, sul perché del dolore ingiusto e ci ricorda che un giorno per noi qualcuno “da ricco che era si fece povero”.                               

                                                       [liberamente adattato dal settimanale “Credere”]

 

 

  • PREGHIERA CONCLUSIVA

 

Benedizione

Non ti lascio cadere e non ti abbandono.
Resto presso di te con il mio amore,
ti accompagno dovunque andrai.

Il mio amore sia la tua forza, la mia fedeltà la tua difesa.
Ti avvolga la mia tenerezza,
e ti venga incontro la mia brama.

Se sei triste, ti consolerò,
nella tua inquietudine stendo la mia mano su di te,
nel tuo dolore bacio le tue ferite,
nel tumulto mi metto al tuo fianco
come angelo delle difficoltà.

Se gli uomini ti deridono ti irrobustirò le spalle,
nella tua mutezza ti offrirò la mia voce
e quando sarai ricurvo per il dolore ti solleverò
con uno sguardo d’amore.

Quando tutto inaridirà in te, ti regalerò il mio calore,
e quando le preoccupazioni ti opprimeranno,
ti sussurrerò parole di fiducia.

Se l’affanno colmerà la tua anima, lo caccerò,
e la mia presenza sarà per te luce in tutto quello che farai.

e alla sera ti ricopre il mio amore;
addormentati nelle mie braccia
faccia a faccia, cuore a cuore…

                                                             [Anselm Grun e Maria M. Robben]

 

Al mattino ti risveglia il mio desiderio
tendi l’orecchio, batte per te… nella lunga notte,
a ogni nuovo giorno…

 

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