GLI INTERROGATIVI ETICI IRRISOLTI RIGUARDO IL CASO LAMBERT

Prima di qualunque scelta è bene soffermarsi a riflettere su quali siano le questioni morali di fronte al dolore di Vincent Lambert e della sua famiglia: «Bisogna darsi il tempo per affrontare queste impegnative domande che mettono in gioco la dignità umana in situazioni di sofferenza e di fragilità estreme» (di Padre Carlo Casalone, docente di Teologia Morale)

La vicenda personale del signor Vincent Lambert, nella sua drammaticità umana, ha assunto una risonanza mediatica e una portata simbolica che supera la singolarità della sua situazione. L’intrecciarsi di molteplici piani – familiare, medico, giuridico, politico ed etico – rende molto delicata l’elaborazione di un giudizio, anche perché le informazioni cliniche sono assai complesse e non direttamente accessibili. Limitiamoci dunque ad alcune considerazioni generali.

Dopo un incidente avvenuto nel 2008, Vincent Lambert si trova in uno stato di incoscienza stabilizzato dal 2011. Al centro della controversia si pone la sofferta decisione di sospendere l’impiego di nutrizione e idratazione artificiali, somministrate cioè tramite un sondino. La famiglia è infatti divisa su questo punto e non è possibile accedere alla volontà del paziente, che è un criterio determinante per la valutazione della proporzionalità delle cure. Lo stato francese ha giudicato che la scelta della sospensione operata dai medici, dopo una accurata valutazione collegiale, è compatibile con la legge vigente.

Ma dal punto di vista etico rimangono alcuni interrogativi irrisolti. Anzitutto ci si domanda come mai si proseguano le terapie in ospedale, mentre abitualmente i pazienti in simili situazioni cliniche si trasferiscono in servizi di cura dedicate a questo tipo di assistenza, talvolta anche a domicilio. Inoltre, non sono chiari i motivi per cui nutrizione e idratazione artificiali, per il cui impiego vale comunque una netta predisposizione positiva, siano nelle specifiche circostanze da considerarsi una irragionevole ostinazione. Infatti, né le condizioni cliniche, né la (non accertabile) volontà del paziente, né le (discordi) opinioni della famiglia forniscono elementi per una tale conclusione.

Sembra quindi molto corretto seguire la richiesta del Comitato internazionale dei diritti delle persone handicappate (CIDPH) dell’ONU, che si è espresso sulla base di una Convenzione a cui anche la Francia ha aderito. Interpellato dagli avvocati dei familiari, il Comitato chiede di continuare le terapie per avere il tempo di dare la propria risposta in modo più approfondito e complessivo. Una indicazione molto pertinente, del resto in sintonia con la richiesta della Conferenza episcopale francese. Tanto più che le decisioni prese, a questo punto, non hanno solo una rilevanza personale, ma implicano una ricaduta pure per tutti coloro che si trovano in analoghe situazioni e per il personale sanitario che se ne prende cura.

Occorre non lasciarsi trascinare dalla urgenza di decidere, ma darsi il tempo per affrontare queste impegnative domande che mettono in gioco la dignità umana in situazioni di sofferenza e di fragilità estreme. Solo per questa via si potranno individuare risposte valide per una convivenza effettivamente solidale e il più possibile condivise.

FONTE: Famiglia Cristiana

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