EPIFANIA

Per riflettere insieme sull’Epifania…..

 

Notte, la notte d’ansia e di vertigine

Quando nel vento a fiotti interstellare,

acre, il tempo finito sgrana i germi

del nuovo, dell’intatto, e a te che vai

persona semiviva tra due gorghi

tra passato e avvenire giunge al cuore

la freccia dell’anno… e all’improvviso

la fiamma della vita vacilla nella mente.

Chi spinge muli su per la montagna

tra le schegge di pietra e le cataste

si turba per un fremito che sente

ch’è un fremito di morte e di speranza.

In una notte come questa,

in una notte come questa l’anima,

mia compagna fedele inavvertita

nelle ore medie

nei giorni interni grigi delle annate,

levatasi fiutò la notte tumida

di semi che morivano, di grani

che scoppiavano, ravvisò stupita

i fuochi in lontananza dei bivacchi

più vividi che astri. Disse: è l’ora.

Ci mettemmo in cammino a passo rapido

per via ci unimmo a gente strana.

Ed ecco

il convoglio sulle dune dei Magi

muovere al passo dei cammelli verso

la Cuna. Ci fu ressa di fiaccole e voci.

Vidi gli ultimi di una retroguardia frettolosa.

E tutto passò via tra molto popolo

e gran polvere. Gran polvere.

Chi andò, chi recò doni

o riposa o se vigila non teme

questo vento di mutazione:

tende le mani ferme sulla fiamma,

sorride dal sicuro

d’una razza di longevi.

Non più tardi di ieri, ancora oggi

(1955) – LUZI, L’opera poetica, a cura e con un saggio introduttivo di S. VERDINO (= I Meridiani), Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1998 [42001], pp. 241-242.

 

“Fu un freddo avvento per noi,

Proprio il tempo peggiore dell’anno

Per un viaggio, per un lungo viaggio come questo:

Le vie fangose e la stagione rigida,

Nel cuore dell’inverno.”

E i cammelli piegati, coi piedi sanguinanti, indocili,

Sdraiati nella neve che si scioglie.

Vi furono momenti che noi rimpiangemmo

I palazzi d’estate sui pendii, le terrazze,

E le fanciulle seriche che portano il sorbetto.

Poi i cammellieri che imprecavano e maledicevano

E disertavano, e volevano donne e i liquori,

E i fuochi notturni s’estinguevano, mancavano ricoveri,

E le città ostili e paesi nemici

Ed i villaggi sporchi e tutto a caro prezzo:

Ore difficili avremmo.

Preferimmo alla fine viaggiare di notte,

Dormendo solo a tratti,

Con le voci che cantavano agli orecchi, dicendo

Che questo era tutta follia.

Poi all’alba giungemmo a una valle più tiepida,

Umida, sotto la linea della neve, odorante di vegetazione;

Con un ruscello in corsa ed un mulino ad acqua che batteva il buio,

E tre alberi contro il cielo basso,

E un vecchio cavallo bianco al galoppo sul prato.

Poi arrivammo a una taverna con l’architrave coperta di pampini,

Sei mani ad una porta aperta giocavano a dadi monete d’argento,

E piedi davano calci agli otri vuoti.

Ma non avemmo alcuna informazione, e così proseguimmo

Ed arrivati a sera non un solo momento troppo presto

Trovammo il posto; cosa soddisfacente voi direte.

Tutto questo fu molto tempo fa, ricordo,

E lo farei di nuovo, ma considerate

Questo considerate

Questo: ci trascinammo per tutta quella strada

Per una Nascita o per una Morte? Vi fu una Nascita, certo,

Ne avemmo prova e non avemmo dubbio. Avevo visto nascita e morte,

Ma le avevo pensate differenti; per noi questa Nascita fu

Come un’aspra ed amara sofferenza, come la Morte, la nostra morte.

Tornammo ai nostri luoghi, ai nostri Regni,

ma ormai non più tranquilli, nelle antiche leggi,

Fra un popolo straniero che è rimasto aggrappato ai propri idoli.

Io sarei lieto di un’altra morte.9

 TH.S. ELIOT, Opere [1904-1939], Volume 1, a cura di R. SANESI (= Classici Bompiani), RCS Libri, Milano, 1992 [22005], pp. 868-871.

 L’Epifania della Parigi del secolo nuovo vede tra gli astri della sua società letteraria il drammaturgo Edmond Rostand (1868-1918), che tre anni prima ha siglato uno dei più clamorosi successi teatrali, il dramma postromantico in versi Cyrano de Bergerac.   Rostand è anche un tenero poeta, come la lirica d’occasione che segue, testimonia.

Hanno perduto la Stella una sera. Perché si perde

la Stella? A volte, per averla troppo guardata…

I due Re Bianchi, che erano saggi di Caldea,

hanno tracciato dei cerchi al suolo, col bastone.

Hanno fatto dei calcoli, grattandosi il mento…

Ma la Stella è sfuggita, come sfugge un’idea,

e costoro, la cui anima ha sete d’una guida,

hanno pianto, drizzando le tende di cotone.

Ma il povero Re Nero, che gli altri due disprezzano,

dice tra sé e sé: « Pensiamo alla sete degli altri.

Bisogna dar da bere, comunque, agli animali ».

E mentre sta reggendo il secchio per il manico,

nell’umile ansa di cielo in cui bevono i cammelli,

scorge la Stella d’oro, che danza silenziosa.

ROSTAND, Le Cantique de l’Aile, Charpentier, Paris, 1922, p. 272.

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