Contro la paura diamo potere alla speranza

Anticipiamo una parte di Il potere della speranza. Mani che sostengono l’anima del mondo, la riflessione spirituale sull’emergenza di queste settimane che il cardinale José Tolentino Mendonça (archivista e bibliotecario di Santa Romana Chiesa, poeta e collaboratore di Avvenire) ha affidato a un ebook pubblicato in esclusiva da Vita e Pensiero. Il testo può essere scaricato gratuitamente nei diversi formati digitali dal sito della casa editrice e dai principali store online. I lettori sono comunque invitati a contribuire, nei limiti del possibile, alla raccolta fondi lanciata dal Policlinico Gemelli per far fonte all’emergenza sanitaria Covid-19.

Bruscamente, senza preavviso, la nostra vita è stata risucchiata dentro una di quelle inquietanti immagini di Giovanni Battista Piranesi del quale ricorre, per coincidenza, il terzo centenario della nascita in questo 2020. Poche volte l’angoscia, le conseguenze del caos, le intransigenti pareti di vetro dell’isolamento sono state descritte con la precisione espressa dall’artista nelle sue cupe allegorie in cui gli esseri umani sembrano, in un mondo contaminato e distorto fino all’assurdo, puntini minuscoli e torturati, isole ancor più indifese. La fantasmagorica visione di un ponte levatoio che si alza in una delle incisioni più famose di Piranesi – e che in tal modo determina una forzata incomunicabilità – ci offre una sorta di simbolo per rappresentare, quasi a pelle, una realtà che di punto in bianco si tramuta in forma distopica. Perché il generale sentimento di sconcerto oggi dominante è questo: stiamo entrando, come Giona nel ventre della balena, nelle viscere imprevedibili e confuse di una distopia. […]


La nostra sicurezza non può provenire da una dispensa ben fornita o dal frigorifero stracolmo. La vita è più della materialità necessaria alla sopravvivenza. È anche questo, ma è più di questo. La stagione che stiamo vivendo rappresenta anche un’opportunità per riflettere su quello che ci nutre. Il fatto è che noi ci alimentiamo di troppa contraffazione e riduciamo la vita a un fast food, preferibilmente senza pensare molto. Ci alimentiamo di tic pallidi e routinari; di idee prefabbricate che non lasciano spazio a percorsi di ascolto e di scoperta; di immagini filtrate che riducono sempre più la realtà a una superficie piana, svuotandola della sua natura ruvida, polifonica e concreta; di parole che, più che a una reale dichiarazione di presenza, assomigliano a una strategia che ci sottrae alle ulteriori chiamate che la vita ci fa.
Mi viene in mente il discorso sapienziale di Gesù e come esso ristabilisca il contatto della nostra realtà con le sue fonti più profonde: «Non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita? E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro» (Mt 6,25-29).

Hetty Hillesum

Hetty Hillesum – .


In una delle ore più opache del secolo scorso, una ragazza olandese di nome Etty Hillesum scrisse in un campo di concentramento questo commento alle parole del Vangelo di Matteo: «Una volta ho scritto in uno dei miei diari: “Vorrei poter toccare con la punta delle dita i contorni di quest’epoca”. Ero seduta alla mia scrivania, allora, e non sapevo bene come accostarmi alla vita […]. Poi, d’un tratto, sono stata scaraventata in un centro di dolore umano, su uno dei tanti, piccoli fronti di cui è disseminata l’Europa. E là – sui volti delle persone, su migliaia di gesti, piccole espressioni, vite raccontate – su tutto ciò ho improvvisamente cominciato a leggere questo tempo […]. Se sapessimo capire il tempo presente lo impareremmo da lui: a vivere come un giglio del campo».

Che cosa significa essere capaci di osservare i gigli del campo e gli uccelli del cielo? Significa assumere un atteggiamento contemplativo. Abbiamo bisogno di guardare, non però come facciamo abitualmente, visto che la maggior parte delle volte il nostro sguardo va a morire sulle nostre scarpe. Siamo sfidati a uno sguardo che vada al di là di noi, che valichi i limiti di una vita già tratteggiata, che trascenda il perimetro delle nostre preoccupazioni, che si proietti oltre ciò che noi riusciamo a vedere da soli… perché la vita non si risolve solo in quello che riusciamo a fare, ma nel dialogo misterioso tra la nostra dimensione e quella scala più ampia che è la stessa vita; nel dialogo tra ciò che si presenta come conquista e ciò che sboccia come dono inspiegabile; nell’interazione tra il qui e adesso e ciò che è dell’ordine dell’eterno.

(traduzione dal portoghese di Pier Maria Mazzola)

 

FONTE: Avvenire.it

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