Commemorazione dei defunti – Il lieto cantico dell’esultanza

Non si ascolta il cantico dell’esultanza.

Dove mai sarà possibile ascoltare il grido di esultanza? Quali voci, quali genti, quali spiriti beati potranno intonare il cantico: Amen! Lode, gloria, sapienza, azione di grazie, onore, potenza, e forza al nostro Dio nei secoli dei secoli. Amen!”. Chi avrà una riserva di gioia che basti a esultare in un cantico? In quale città la gente troverà naturale ritrovarsi per un coro lieto?

Dalla città più che un cantico di esultanza si ascolta il rumore. Il rumore fastidioso del traffico, lo stridio degli attriti, il ronzio degli apparecchi per rendere confortevole la vita, il baccano delle macchine che scavano e percuotono la terra. La città moderna non può produrre il cantico di esultanza, produce piuttosto dissonanze e disturbo, produce rumore. O città, mia città, città del rumore!

Dall’alveare abitato più che un cantico di esultanza si ascoltano grida. Grida di rabbia, insulti di violenza, grida che invocano aiuto. Il grido dà voce al dolore, esplode nella ribellione, è come lo sfogo incontenibile della ferita che strazia la carne o trafigge l’anima. Nella strada della città si ascoltano grida, sulle scale dei condomini, dalle finestre aperte delle solitudini, dallo sfidarsi dei violenti giungono grida e fanno paura. O città, mia città, città delle grida!

Nella vita disabitata di chi è solo, nella folla informe di chi si accalca nei locali del tempo sprecato non si ascolta il cantico dell’esultanza, si ascolta la musica assordante dell’evasione. La musica assordante, la parola gridata, il suono provocatorio si impone, come una distrazione là dove non si vuole, non si po’ pensare. La musica assordante aggrega e insieme impedisce l’incontro, la musica sentimentale spreme il sentimento nell’emozione precaria, la musica passatempo incoraggia il fantasticare per evadere da troppa noia, da troppa solitudine. O città, mia città, città dell’evasione!

Il cantico dell’esultanza che viene dalla grande tribolazione.

Noi ci raduniamo per ricordare i morti, i morti famosi e i morti amici e il ricordo, l’affetto, la gratitudine ci convincono almeno nelle occasioni comandate a visitare i cimiteri.

Forse nei cimiteri il rumore della città giunge più attutito, forse nei cimiteri non si ascolta il grido dello strazio, forse nei cimiteri sarebbe fuori posto la musica assordante della distrazione.

Forse il ricordo dei morti potrebbe propiziare il silenzio. Finalmente il silenzio!

Qui dove il silenzio avvolge le storie e le persone può succedere che si imponga la rassegnazione che si inchina alla prepotenza del nulla e alla tirannia della morte. Il pensiero si smarrisce, la parola si confonde, i sentimenti si incupiscono per l’irrimediabile assenza. Allora per non affrontare l’enigma incomprensibile, ci si convince alle commemorazioni, alla celebrazione delle imprese gloriose e delle persone famose. La commemorazione, la celebrazione dei trapassati può essere una scuola di sapienza, di quella sapienza che aiuta a vivere, ma non a morire. E dunque è meglio evitare il pensiero della morte ed è meglio, in generale, evitare i cimiteri.

Ma la celebrazione che ci ha radunati, la celebrazione della morte e risurrezione del Signore Gesù introduce nel silenzio del cimitero una parola diversa dalla rassegnazione, un atteggiamento diverso di quello che ispira la commemorazione. La celebrazione eucaristica introduce proprio qui, dove lo sguardo si spaventa per la prepotenza del nulla e la tirannia della morte, proprio quid si avvia il cantico dell’esultanza. Proprio la celebrazione eucaristica apre gli occhi per vedere la moltitudine immensa che nessuno può contare e fa risuonare nell’animo il cantico dell’esultanza: la salvezza appartiene al nostro Dio, seduto sul trono e all’Agnello! Amen! Lode gloria onore, potenza al nostro Dio. Amen!

La celebrazione eucaristica avvia il cantico dell’esultanza perché opera la trasfigurazione, apre l’abisso della morte e scardina le porte degli inferi e rivela che cosa sia la morte: è la grande tribolazione, come un lavacro e i servi del Dio vivente l’attraversano lavando le loro vesti nel sangue dell’Agnello e le rendono candide e si introducono nel coro immenso della festa eterna di Dio.

Nel sangue nell’Agnello si immerge il rumore della città operosa e sgraziata e ne viene un cantico di lode, nel sangue dell’Agnello si immerge il grido dello strazio e della ribellione e ne viene un cantico di pace, nel sangue dell’Agnello si immerge la musica assordante dell’evasione e ne viene un canto di comunione.

La celebrazione eucaristica invita anche noi ad unirci al cantico dell’esultanza, che celebra il compimento delle promesse evangeliche è i poveri, i miti, i perseguitati riconoscono la beatitudine: Beati, beati, beati! Infatti la celebrazione eucaristica ci rende partecipi del cantico dell’esultanza perché celebra l’appartenenza: chi è segnato con il sigillo del Dio vivente si riconosce “servo del Signore”, si affida a lui e sperimenta l’alleanza di Dio: se Dio è con noi, chi sarà contro di noi? Io sono infatti persuaso che né vita né morte né alcuna altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù nostro Signore.

Commemorazione dei defunti
Celebrazione Eucaristica – omelia
Milano, Cimitero monumentale
1 novembre 2017

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