Clandestinità: reato ingiusto e dannoso. La divisa dei reietti

Si fa presto a dire “clandestino” a un uomo, “clandestina” a una donna. Ma la clandestinità non è una condizione, è una scelta. Si sceglie di farsi clandestini, si entra in clandestinità. E siamo in tanti a considerare eroi quanti lo fecero e ancora lo fanno, per lottare contro poteri ingiusti o per salvare se stessi da un grande male, nei sistemi totalitari neri e rossi di ieri e nei regimi illiberali e disumani di oggi.

Nessuno mai dovrebbe azzardarsi a decretare la clandestinità di un altro essere umano, a fare dell’aggettivo “clandestino” un nome e una divisa da reietti. Eppure accade. Oltraggiosamente, insensatamente.

Perché torniamo a parlarne oggi? Perché sono passati dieci anni esatti da quando, l’8 agosto 2009, in Italia entrò in vigore il «reato di clandestinità». Un errore grave, e una vergogna. Dieci anni nei quali la vita di nessuno è migliorata e quella di tanti, italiani e stranieri, si è fatta più complicata, più amara, più fuorilegge. È diventato difficilissimo per tutti, anche per persone istruite e preparate, e quasi impossibile per chi è povero, soprattutto se ha la pelle scura e viene dal Sud del mondo, entrare nel nostro Paese lungo vie regolari, alla luce del sole, per lavorare anche solo stagionalmente (sono circa 30mila i permessi concessi, del tutto insufficienti).

Eppure si disse, e si continua a dire e persino a tuonare, quel reato dà risposta a una questione di sicurezza. 
Già, di sicurezza. Perché di sicurezza non ce n’è mai abbastanza. Eppure di “sicurezza” sono pieni i titoli di decreti e “pacchetti” governativi che nell’ultimo decennio hanno ritmato la vita dell’Italia. E così pure le fosse in cui è sepolto chi ha affrontato la malavita e la malaimpresa anche da straniero, anche per gli italiani. E di “sicurezza” sono piene le tombe d’acqua del Mediterraneo. E i lager libici. Ma anche le carceri di fatto (i Centri variamente denominati) e di diritto (gli Istituti di pena) che sono diventate l’unica «sicura» destinazione italiana di decine di migliaia di persone consegnate da “clandestini” al lato grigio-notte della marginalità e della manovalanza criminale. E di questa strana “sicurezza” sono pieni anche i “ghetti” cresciuti smontati e ricresciuti nelle aree più sfacciatamente segnate dal lavoro “nero” di italiani e stranieri e perfettamente funzionali allo sfruttamento, soprattutto nei campi, di persone irregolari e irregolarizzate…

La lista potrebbe continuare, ma è meglio fermarsi qui. Le analisi degli Istituti demoscopici, del resto, dicono e ripetono da mesi che per noi italiani – per la gente vera, quella che fatica e crea, che pensa al domani dei figli e, pensate un po’, del Paese – assai prima della “questione sicurezza” viene la ferita aperta del rilancio dell’economia e del lavoro. Ciò nonostante la «sicurezza» è l’ossessione di una classe politica e di governo che ne ha parlato e ne parla così tanto, e in modo così fuorviante, facendo coincidere il volto dello straniero soprattutto dalla pelle diversa con la principale ragione di insicurezza, da aver monopolizzato il dibattito pubblico. E il processo legislativo. Il batti e ribatti, anno dopo anno, sullo stesso tasto securitario è impressionante. Dimostrazione lampante di dove conduce la logica perversa del “piano inclinato” dell’eccedenza normativa e dell’attenuazione (sino alla disapplicazione…) dei grandi princìpi di libertà, di umanità e di equilibrio che presiedono a un sistema democratico come il nostro. Si costruisce solo insicurezza di vita e di giustizia quando si pretende di moltiplicare e irrigidire le regole, coronandole di aggravanti, di eccezioni e di stentoree dichiarazioni di guerra al nemico di turno. Codicilli e propagande che non cambiano in meglio la realtà, ma la complicano e la incattiviscono.

Nei giorni scorsi una persona che stimo molto ma vedo di rado mi ha sorpreso, invitandomi a rileggere un testo di dieci anni fa.
Una riflessione-previsione sull’illusione della giustizia fai-da-te contro i “diversi”, sul peso crescente dei pregiudizi e sul “reato di clandestinità” «che (…) da oggi, 8 agosto 2009, potrà essere contestato a coloro che si trovano irregolarmente nel nostro Paese. Uno Stato ha il diritto-dovere di stabilire le norme del vivere civile e del civile stare e restare nei suoi confini, e ha anche il compito di evitare che si consolidino situazioni di irregolarità e di abuso. Il “reato di clandestinità” ha, però, in sé la carica negativa di un giudizio sommario e ingiusto. Non solo perché nessun essere umano può mai essere definito “clandestino” sulla faccia della Terra, ma perché nella concreta realtà italiana questo reato – l’abbiamo raccontato e dimostrato, facendo cronaca – rischia di diventare non un’arma contro l’irregolarità (di stranieri e italiani) bensì uno strumento persecutorio (perché rende più deboli e persino ricattabili) nei confronti di migliaia e migliaia di immigrati che abbiamo accolto nella nostra vita quotidiana, traendone piccoli e grandi profitti.

La clandestinità viene agitata come reato verso chi insidia la sicurezza di tutti, eppure (nonostante la sanatoria per colf e badanti, anzi anche per certe modalità di quella sanatoria) rischia di colpire duramente chi ha sinora cooperato alla tranquillità di tantissime famiglie. Gli appelli su questo punto – l’abbiamo capito – servono a poco, perciò c’è solo da sperare che in Parlamento e nel governo si guardi senza paraocchi alla realtà. E che, anche qui, i fatti contino più di qualsiasi pregiudizio». È un passaggio dell’editoriale che scrissi allora su questo giornale, di cui non ero ancora direttore. E resta purtroppo attuale. I pregiudizi continuano: contro le persone, contro il bene comune, contro il futuro

P.S.
 Un uomo politico e ministro, sempre il solito, ha preso personalmente di mira un vescovo e un sacerdote “colpevoli” di denunciare la «disumanità » di alcune norme presenti nel Decreto Sicurezza bis ormai convertito in legge dello Stato. In particolare quelle che criminalizzano le organizzazioni umanitarie impegnate nel salvataggio in mare di persone in fuga dalla Libia e che rischiano di affogare. Lo ha fatto accusando l’uno di fiancheggiare i trafficanti di esseri umani e l’altro di non voler contrastare la camorra. Deliberate mistificazioni. Nessuno, ma soprattutto un ministro, dovrebbe mai tentarle.

Fonte: Avvenire.it

Articolo di Marco Tarquinio

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